I pizzicotti di Silverio

Ingredienti per 4 persone

2 l di brodo
400 g di farina
4 uova
100 g circa di Parmigiano Reggiano DOP grattugiato
1 bella noce di burro

Quando si invitava qualcuno all’ultimo momento a pranzo in casa, ospite del tutto inaspettato per quel giorno, bisognava fare una gran bella figura pur essendo estremamente veloci.
Ricordo la mamma, che col suo sorriso, si precipitava in cucina e appoggiava il grande tagliere per la sfoglia sul vecchio tavolo al centro della stanza.
Dopo averlo spolverato dalla farina che poteva essere rimasta (dal giorno prima) con e garnadêl, lo scopino, ci metteva sopra, nel mezzo, nuova farina. Con la grande e rosea mano formava un cratere che immediatamente riempiva con uova freschissime e rosse.
Armata la mano di una grossa forchetta, iniziava a sbattere le uova e con la maestria che possedeva riusciva a incorporare a ogni battito di forchetta un poco di farina, cosicché alla fine di questa operazione la farina era tutta amalgamata con le uova.
Pulendo bene i denti della forchetta da quel poco di farina che vi era rimasta attaccata, iniziava a impastare con il dorso delle sue belle mani, che aveva sempre calde (ricordo la nonna che le diceva sempre, quando si incontravano al tagliere: Tu sei stata fortunata, sei nata con le mani sempre calde, mani sante da fare la spoglia”).

Il movimento ritmico delle spalle incideva con la sua forza l’impasto, che era ormai pronto, liscio, di un colore giallo omogeneo, emanava già anche un buon profumo. La mamma lo metteva a riposare fra due piatti, abbandonandolo per una buona manciata di minuti. Intanto, prendeva dalla ghiacciaia il bottiglione del brodo, avanzato dalla domenica, che teneva sempre a disposizione, e lo versava nella pentola sopra la stufa. Facendo rivivere allegramente la legna, la fiamma riprendeva vigore e, col suo nuovo e pimpante calore, oltre a scaldare la cucina scaldava bene i dischi posti sulla piastra, dove il tegame pieno di brodo troneggiava.

Io requisivo i gusci delle uova ormai inservibili e, aggiustandomi un po’ alla meglio sulla macchina da cucire chiusa, prendevo l’album delle figurine dalla cartella e il malloppo di figurine che avevo in tasca. Poi intingeve il dito nel guscio dell’uovo. Bagnato il polpastrello con quel poco albume che era rimasto nel guscio, lo spalmavo per bene sul retro della figurina, col dito che serviva ormai da pennello, per poi attaccarla nell’album.
Era la stessa figurina ottenuta con faticose contrattazioni o scambi con gli amici, quella che ti mancava, quella di cui non potevi fare a meno, e vederla lì incollata al proprio posto sopra al suo numero mi rendeva soddisfatto, il cuore contento alla vista di quel nuovo tesoro che ormai era riposto, rimanendo per sempre mio.

Quel giorno ero lì che ancora mi congratulavo con me stesso per le nuove figurine prigioniere del mio album, e ascoltavo il rumore del matterello che ruzzolava sul tagliere, assottigliando quell’impasto di uova e farina, quando sentii il mio nome, bello chiaro, uscire dalla bocca della mamma: Silverio. Dai, metti via le figurine che ho bisogno di te.

Non vedevo l’ora che mi chiamasse.

Le mie piccole mani misero tutto a posto: l’album nella cartella, le figurine in tasca, e i gusci d’uovo buttati via.
Prima ancora che me lo dicesse andai a lavare le mani. Mi presentai così, al fianco del tagliere, salendo sulla sedia impagliata per crescere di statura: ero finalmente pronto. La mamma prese da un pensile la grande grattugia, un piatto e, sempre dalla ghiacciaia, un bel pezzo di forma (Parmigiano Reggiano). La mia saliva era già raddoppiata, solo al pensiero di ciò che mi apprestavo a fare, sapendo che alcuni di quei pezzetti che si sarebbero staccati li avrei golosamente eliminati.
Mentre grattugiavo il formaggio, la mamma aveva tirato la spoglia sottile quanto occorreva, col suo matterello personale.

Grazie a Silverio Cineri