Le eccellenze italiane a rapporto

Il cibo alimenta sempre più l’economia italiana, a patto di saperlo preparare. È questo, in estrema sintesi, ciò che si evince dal Rapporto 2018 Ismea-Qualivita sulle produzioni agroalimentari e vitivinicole italiane DOP, IGP e STG, presentato a Roma il 13 dicembre.

Giunto alla sua sedicesima edizione, il Rapporto Ismea-Qualivita fotografa ogni anno l’andamento delle filiere a indicazione geografica, che rappresentano un vanto per il nostro Paese. Basti pensare che sulle 3.036 denominazioni registrate nel mondo, ben 822 sono italiane. Non solo: si tratta di un settore dell’economia che continua a crescere a doppia cifra. Nel 2017, come si legge nel Rapporto, il valore alla produzione è stato di 15,2 miliardi di euro (+26% rispetto al 2016), con un’incidenza del 18% sull’intero settore agroalimentare.

Malgrado questi primati c’è ancora margine di miglioramento, soprattutto per quanto riguarda alcune produzioni e alcune aree geografiche. Negli interventi dei relatori alla presentazione del Rapporto, emerge chiaramente la necessità di lavorare in modo interdisciplinare e sinergico intorno alle filiere certificate (e più in generale intorno alle produzioni di qualità dell’enogastronomia italiana).

Il ruolo dei social

In questa ottica il Rapporto include, per la prima volta, un monitoraggio delle conversazioni digitali mondiali relative alle Indicazioni Geografiche. Questi Big Data sono uno strumento ormai imprescindibile per valutare la reputazione del cibo italiano, e da essi emerge chiaramente come le produzioni agroalimentari siano “ambasciatrici del Made in Italy” nel mondo. Nell’ultimo anno, le prime 100 IG italiane hanno registrato 2,4 milioni di menzioni generate da oltre 1 milione di autori, con bacino di “ingaggio” di 64 milioni di utenti. Stiamo parlando, per intenderci, di foto di prodotti e paesaggi italiani legati al cibo, con relativi hashtag. Ogni volta che una persona, sulla propria pagina social, menziona un formaggio DOP o un vino DOCG, questa persona entra automaticamente a far parte della costruzione di un racconto corale sulle eccellenze italiane.

Che il cibo italiano goda di un’ottima reputazione all’estero non è una novità, ma queste cifre inquadrano e precisano le dimensioni del fenomeno.

Il turista a tavola

Come si traduce tutto questo in termini macroeconomici? Un dato tra i tanti: secondo una ricerca condotta in 12 Paesi, e illustrata dalla professoressa Roberta Garibaldi durante la presentazione del Rapporto Ismea-Qualivita, il 49% dei turisti sceglie la propria meta considerando esplicitamente l’aspetto gastronomico. Circa il 20% dei turisti che arrivano in Italia è alla ricerca di prodotti della nostra tradizione. In altre parole, tutti i turisti amano assaggiare piatti e ingredienti tipici dei luoghi che visitano, ma alcuni si spingono oltre e viaggiano appositamente a questo scopo. Rispondere a questo bisogno significa lavorare sul marketing territoriale, costruire percorsi come “le strade del vino”, i “musei del cibo” o le visite guidate ai luoghi di produzione, di cui il nostro Paese è ancora carente. Le eccellenze italiane possono attrarre turisti, che alimentano un indotto importante per la nostra economia. I turisti, a loro volta, tornati a casa sono più predisposti ad acquistare prodotti italiani, contribuendo così all’export agroalimentare, e si fanno portavoce della qualità del nostro cibo invogliando altri viaggiatori e altri consumatori a fare la stessa esperienza.

Un circolo virtuoso di costruzione del valore di cui anche Indispensa è lieta di far parte.